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Quando si discute del ritorno del nucleare in Italia, e ancora di più da quando la Camera ha approvato il 4 giugno 2026 il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, ricorre un’espressione che viene usata con grande disinvoltura e altrettanta imprecisione: “reattori di nuova generazione”. È diventata una formula quasi magica, evocata per rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che il nucleare di oggi non è quello di Chernobyl. L’intenzione è comprensibile, ma da un punto di vista tecnico quella formula, lasciata indistinta, non significa quasi nulla. Esistono generazioni diverse di reattori, ciascuna con caratteristiche, livelli di maturità e orizzonti temporali profondamente differenti, e confonderle è il primo errore da evitare per chiunque voglia capire davvero su cosa l’Italia sta scommettendo.

In qualità di ingegnere che da circa trent’anni si occupa di energia e di impianti, ritengo che mettere ordine in questa classificazione non sia un esercizio accademico, ma una necessità per chiunque debba formarsi un giudizio informato. Questa guida non si limiterà a elencare le quattro generazioni come tappe di una cronologia. Vuole spiegare la logica ingegneristica che le distingue, mostrare a quale generazione appartengono i reattori realmente in funzione nel mondo oggi, e soprattutto chiarire dove si colloca la strategia italiana lungo questa linea evolutiva. Perché l’aspetto più interessante, e meno raccontato, è che l’Italia non sta guardando genericamente al “nuovo nucleare”: sta puntando su una tecnologia molto precisa, di quarta generazione, su cui vanta una competenza che pochi altri Paesi possiedono.
Per inquadrare il contesto normativo complessivo del ritorno all’atomo, rimando alla mia guida sul nucleare in Italia nel 2026 dopo la legge delega, di cui questo approfondimento tecnico costituisce un naturale complemento.
Che cosa significa davvero “generazione” di un reattore
Prima di entrare nel dettaglio, occorre dissipare un equivoco diffuso. La parola “generazione”, riferita ai reattori nucleari, non indica semplicemente l’epoca di costruzione, come accade per le automobili o gli smartphone. Indica un salto qualitativo nei principi di progettazione, nei criteri di sicurezza e, nei casi più avanzati, nella stessa fisica di funzionamento del reattore. Non esiste, va detto con onestà, una definizione universalmente codificata e rigida: la classificazione in quattro generazioni è una convenzione consolidata a livello internazionale, utile a ordinare un’evoluzione che è in realtà più sfumata e continua di quanto le etichette lascino intendere.

Per capire le differenze occorre tenere presenti due parametri tecnici fondamentali che attraversano tutte le generazioni. Il primo è il fluido refrigerante, cioè la sostanza che asporta il calore prodotto dalla fissione: può essere acqua leggera, acqua pesante, gas, metalli liquidi come sodio o piombo, oppure sali fusi. Il secondo è il moderatore, ovvero il materiale che rallenta i neutroni per favorire le reazioni di fissione: tipicamente acqua, acqua pesante o grafite. Esistono però reattori che funzionano senza moderazione, in cui i neutroni restano “veloci”: come vedremo, sono proprio questi a rappresentare la frontiera più promettente, ed è qui che si gioca la partita italiana.
La logica che attraversa l’intera evoluzione, dalle origini a oggi, è una progressione su tre fronti: sicurezza crescente, migliore sfruttamento del combustibile con conseguente riduzione delle scorie, e versatilità d’impiego oltre la sola produzione di elettricità. Tenere a mente questi tre vettori aiuta a leggere ogni passaggio generazionale non come una moda, ma come la risposta ingegneristica a un limite della generazione precedente.

Prima generazione: i prototipi pionieristici
La prima generazione comprende i reattori prototipali realizzati tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, nel pieno dell’entusiasmo pionieristico per l’energia atomica. Erano impianti sperimentali, spesso unici nel loro genere, costruiti per dimostrare la fattibilità stessa della produzione di elettricità dalla fissione nucleare. Reattori come Shippingport negli Stati Uniti, il primo a immettere energia elettronucleare in una rete civile, o i Magnox britannici, appartengono a questa fase.

Dal punto di vista ingegneristico erano macchine relativamente rudimentali, con sistemi di sicurezza limitati e potenze modeste rispetto agli standard successivi. Il loro merito storico è enorme — hanno dimostrato che la cosa funzionava — ma sul piano tecnologico sono interamente superati.
Praticamente tutti gli impianti di prima generazione sono stati spenti e smantellati da decenni.
Il meccanismo fisico della fissione alla base di tutti questi impianti è spiegato nella mia guida alla fissione nucleare.
Per la discussione attuale sulla strategia italiana, la prima generazione ha quindi solo valore storico: è il punto di partenza di una curva di apprendimento che ci ha portato fino agli LFR di oggi.
Seconda generazione: il parco nucleare che alimenta il mondo
Qui entriamo nel territorio che conta davvero per comprendere il presente. La seconda generazione raccoglie la stragrande maggioranza dei reattori commerciali oggi in funzione nel mondo: gli impianti progettati e costruiti tra gli anni Settanta e Novanta, che ancora oggi producono la quota dominante dell’elettricità nucleare globale. Quando si legge che un Paese “ha il nucleare”, nella quasi totalità dei casi si parla di reattori di seconda generazione.
A questa generazione appartengono le grandi famiglie tecnologiche che hanno definito l’immaginario stesso della centrale nucleare. I reattori ad acqua pressurizzata, i PWR (Pressurized Water Reactor), in cui l’acqua del circuito primario è mantenuta ad altissima pressione per impedirne l’ebollizione e cede calore a un circuito secondario. I reattori ad acqua bollente, i BWR (Boiling Water Reactor), in cui l’acqua bolle direttamente nel nocciolo. I reattori ad acqua pesante come i CANDU canadesi, e i VVER di progettazione sovietica e russa. Sono tecnologie mature, affidabili, ampiamente collaudate da decenni di esercizio.

Il limite della seconda generazione, però, è precisamente ciò che ha spinto la ricerca a cercare oltre. La sicurezza di questi impianti dipende in misura rilevante da sistemi attivi: pompe, valvole, generatori elettrici di emergenza, ovvero componenti che devono funzionare su comando, alimentati da energia, e che richiedono in ultima istanza l’intervento o la supervisione umana. È esattamente il tipo di catena che, quando si spezza, produce le conseguenze più gravi. L’incidente di Fukushima Daiichi del marzo 2011, in cui lo tsunami mise fuori uso i generatori di emergenza lasciando i noccioli senza raffreddamento, è la dimostrazione tragica di questo limite strutturale. Non è un caso che proprio dopo Fukushima il dibattito sui sistemi di sicurezza passiva, tipici della generazione successiva, abbia acquistato centralità.
Terza generazione e Terza generazione avanzata: l’attuale stato dell’arte
La terza generazione rappresenta l’evoluzione diretta e migliorativa della seconda. Dal punto di vista dei principi di funzionamento, un reattore di terza generazione è molto simile a uno di seconda: stesse famiglie tecnologiche di base, stesso uso dell’acqua come refrigerante e moderatore. La differenza non sta nella fisica, ma nei sistemi di sicurezza e nelle prestazioni. Si tratta, per usare un termine tecnico appropriato, di miglioramenti evolutivi e non rivoluzionari: sviluppi maturati durante decenni di esercizio dei reattori di seconda generazione, senza modifiche radicali ai principi base.
L’innovazione concettuale più importante introdotta da questa generazione è la sicurezza passiva. È un concetto che merita di essere spiegato con precisione, perché è qui che si gioca gran parte della maggiore sicurezza rivendicata dal nucleare moderno. Si parla di sicurezza passiva quando l’attivazione delle misure di emergenza non dipende da alcun intervento umano né da componenti che richiedono alimentazione elettrica, ma avviene automaticamente sfruttando le pure leggi della fisica: la gravità, la convezione naturale, la differenza di pressione. L’esempio classico sono le barre di controllo tenute sospese sopra il nocciolo da un sistema elettromagnetico: in caso di blackout, il sistema le rilascia e le barre cadono nel nocciolo per semplice gravità, arrestando le fissioni in millesimi di secondo. Allo stesso modo, in un reattore come l’AP1000 di Westinghouse, l’acqua di raffreddamento di emergenza è contenuta in serbatoi sopraelevati e raggiunge il nocciolo per caduta libera, senza bisogno di pompe.

I reattori più rappresentativi di questa generazione sono l’EPR (European Pressurized Reactor) di progettazione franco-tedesca e l’AP1000 (dove AP sta per Advanced Passive) della statunitense Westinghouse, affiancati dall’ABWR giapponese, primo reattore di terza generazione entrato in servizio nel 1996. Quando i miglioramenti nei sistemi di sicurezza diventano particolarmente spinti — doppio guscio di contenimento in cemento armato capace di resistere all’impatto di un aereo di linea, ridondanza estrema dei sistemi di raffreddamento, contenimento metallico a tenuta — si parla di terza generazione avanzata, o Generazione III+. A questa categoria appartengono gli impianti EPR come quello di Olkiluoto in Finlandia.
Vale la pena citare un dato che rende concreta la differenza. Le analisi di sicurezza condotte anche da enti di ricerca come l’ENEA stimano per i reattori PWR convenzionali una frequenza di danneggiamento del nocciolo dell’ordine di un evento ogni milione di anni-reattore, valore che per l’AP1000, grazie ai sistemi passivi, scende di circa un ordine di grandezza. Sono numeri che danno la misura di quanto il salto generazionale incida concretamente sulla sicurezza.

È fondamentale capire un punto, perché è quello che ridimensiona molti annunci: i reattori di terza generazione e III+ sono l’unica tecnologia oltre la seconda generazione che sia oggi pienamente commerciale e disponibile sul mercato. Quando un Paese costruisce oggi una grande centrale nucleare, costruisce un reattore di terza generazione. Tutto ciò che viene dopo, la tanto citata quarta generazione, è in larga parte ancora sperimentale.
Quarta generazione: la frontiera, e il terreno della scommessa italiana
Arriviamo al cuore della questione, e al punto in cui la classificazione smette di essere pura teoria per diventare strategia industriale concreta. La quarta generazione non è un’evoluzione migliorativa della terza: è un salto concettuale. Sotto questa etichetta si raccolgono sistemi che cambiano la fisica stessa del reattore, abbandonando in molti casi l’acqua come refrigerante e i neutroni lenti, per adottare refrigeranti come metalli liquidi o sali fusi e, soprattutto, lo spettro dei neutroni veloci.
Il coordinamento internazionale di questa ricerca fa capo al Generation IV International Forum, istituito nel 2001, che riunisce tredici Paesi più l’Euratom per conto dell’Unione Europea. Dopo aver valutato oltre centotrenta concetti di reattore, il Forum ne ha selezionati sei come i più promettenti, e vale la pena elencarli con precisione perché definiscono l’orizzonte tecnologico del settore: il reattore veloce raffreddato a sodio (SFR), il reattore veloce raffreddato a piombo (LFR), il reattore veloce raffreddato a gas (GFR), il reattore a sali fusi (MSR), il reattore raffreddato ad acqua supercritica (SCWR) e il reattore a altissima temperatura (VHTR). Le temperature di esercizio salgono enormemente rispetto alla terza generazione — dai circa 500-550 gradi del sodio fino ai 900-1000 gradi del VHTR — il che apre applicazioni che vanno ben oltre la produzione di elettricità, come la generazione di calore industriale e la produzione di idrogeno.

I vantaggi attesi dalla quarta generazione si articolano su tre fronti, coerenti con i vettori evolutivi di cui parlavo all’inizio. Sul piano della sostenibilità, molti di questi reattori sono progettati per “chiudere il ciclo del combustibile”: essendo a neutroni veloci, possono utilizzare come combustibile il materiale esausto degli attuali reattori, estraendone il plutonio residuo e riducendo drasticamente il volume e la durata delle scorie da destinare al deposito geologico. Sul piano della sicurezza, l’impiego di refrigeranti come il piombo, chimicamente stabile e con un punto di ebollizione elevatissimo, consente di far funzionare il reattore alla pressione atmosferica, eliminando la necessità dei costosi e complessi sistemi di pressurizzazione che nei reattori ad acqua rappresentano un punto critico. Sul piano economico, la combinazione con il concetto modulare punta a sostituire l’economia di scala dei grandi impianti con un’economia di serie, basata sulla produzione in fabbrica.
Il caso italiano: l’LFR e la leadership sui metalli liquidi
Ed eccoci al punto che trasforma questa guida da esposizione tecnica ad analisi-Paese. Tra i sei sistemi di quarta generazione, ce n’è uno su cui l’Italia possiede una competenza riconosciuta a livello mondiale: il reattore veloce raffreddato a piombo liquido, l’LFR. Non è un’affermazione campanilistica, ma un dato documentato. L’ENEA contribuisce da oltre vent’anni allo sviluppo della tecnologia dei reattori raffreddati a piombo, attraverso i suoi centri di ricerca di Brasimone, Bologna e Casaccia, ed è oggi considerata un riferimento internazionale per i metalli liquidi pesanti applicati ai reattori di quarta generazione.
Il caso più emblematico è il progetto PRECURSOR, sviluppato dall’ENEA insieme alla società Newcleo presso il Centro di Ricerche del Brasimone, in provincia di Bologna. L’obiettivo è realizzare entro il 2026 il primo simulatore elettrico al mondo di un reattore raffreddato a piombo liquido: un prototipo non nucleare capace di riprodurre tutti gli aspetti termofluidodinamici e di controllo del reattore reale, indispensabile per validare la tecnologia prima della costruzione dell’impianto vero e proprio. PRECURSOR aprirà la strada al primo reattore veloce al piombo dimostrativo di Newcleo, previsto operativo in Francia nel 2031, e la stessa tecnologia LFR di Newcleo è stata selezionata tra i progetti di interesse strategico dall’Alleanza Industriale Europea sui Piccoli Reattori Modulari.

C’è un dettaglio che merita attenzione, perché lega il presente alla grande tradizione scientifica italiana. Newcleo è guidata dal fisico Stefano Buono, che ha lavorato al CERN con Carlo Rubbia, e l’orizzonte ultimo di questa linea di ricerca richiama l’Accelerator Driven System, il reattore sottocritico pilotato da un acceleratore di protoni proposto proprio dal premio Nobel Rubbia. La filiera italiana del piombo liquido, in altre parole, non nasce dal nulla: affonda le radici in una scuola di fisica nucleare che, come ho ricordato altrove parlando dei ragazzi di via Panisperna, è tra le più antiche e prestigiose al mondo.

Vale la pena sottolineare un punto tecnico che spesso genera confusione: i reattori LFR di Newcleo sono al tempo stesso reattori di quarta generazione e reattori modulari. Sono cioè SMR veloci al piombo, dove la classificazione “quarta generazione” si riferisce alla fisica del reattore e la classificazione “modulare” alla sua taglia e al suo modello produttivo. Le due etichette non si escludono, anzi convergono: è la dimostrazione di quanto sia fuorviante parlare genericamente di “nuovo nucleare” senza distinguere i piani. Per chi voglia approfondire la dimensione modulare, rimando alla mia guida sui mini-reattori modulari SMR e all’analisi dedicata alla sicurezza dei reattori SMR. Il progetto navale di Newcleo, che applica proprio questa tecnologia, è oggetto di un mio approfondimento specifico.

Tabella comparativa delle quattro generazioni
La tabella che segue sintetizza i tratti distintivi delle quattro generazioni, per fissare con chiarezza le differenze discusse finora.
| Caratteristica | I generazione | II generazione | III / III+ generazione | IV generazione |
|---|---|---|---|---|
| Periodo | anni ’50-’60 | anni ’70-’90 | dal 1996 a oggi | in sviluppo, deployment dal 2030-2040 |
| Esempi | Shippingport, Magnox | PWR, BWR, CANDU, VVER | EPR, AP1000, ABWR | SFR, LFR, MSR, GFR, SCWR, VHTR |
| Refrigerante | vario | acqua (leggera/pesante) | acqua | sodio, piombo, gas, sali fusi |
| Spettro neutronico | termico | termico | termico | prevalentemente veloce |
| Sicurezza | rudimentale | sistemi attivi | sistemi passivi | sicurezza intrinseca |
| Gestione scorie | nessun riciclo | ciclo aperto | ciclo aperto migliorato | ciclo chiuso (riciclo combustibile) |
| Stato | dismessi | parco attuale dominante | commerciale | sperimentale / dimostrativo |
La lettura ingegneristica di questa tabella è netta. Il mondo funziona oggi a seconda generazione, costruisce a terza generazione, e sperimenta la quarta. La quarta generazione non è la realtà del presente, ma è la direzione verso cui si muovono i Paesi più avanzati, e l’Italia, sul ramo specifico dell’LFR, è tra questi.

Che cosa significa tutto questo per la strategia italiana
Arrivati a questo punto, possiamo trarre le conclusioni che contano per chi deve formarsi un giudizio sul ritorno del nucleare in Italia. La legge delega approvata a giugno 2026 parla di nucleare sostenibile e di tecnologie modulari avanzate. Tradotto nella classificazione che abbiamo appena percorso, questo significa che l’Italia non punta a ricostruire un parco di grandi centrali di seconda generazione, e nemmeno semplicemente ad acquistare reattori di terza generazione dall’estero come farebbe un cliente qualsiasi. La scommessa, più ambiziosa e più rischiosa, è inserirsi nella corsa alla quarta generazione facendo leva sull’unico vantaggio competitivo reale che il Paese possiede: la leadership scientifica e industriale sui reattori veloci al piombo.
È una strategia che, da un punto di vista tecnico ed economico, ha una sua coerenza. Anziché competere su un terreno già affollato, dove altri Paesi hanno decenni di vantaggio, l’Italia prova a presidiare una nicchia tecnologica di frontiera in cui ha effettivamente qualcosa da dire. Ma proprio perché si tratta di quarta generazione, occorre essere onesti sui tempi. Questi reattori sono ancora in fase dimostrativa: il prototipo non nucleare PRECURSOR è atteso per il 2026, il primo reattore LFR dimostrativo per il 2031 in Francia, e la commercializzazione su scala industriale non prima degli anni Trenta inoltrati. Chi immagina centrali italiane di quarta generazione operative nel breve periodo si illude.

Posso quindi affermare, con la franchezza che mi contraddistingue, che la strategia italiana sul nucleare è intelligente nell’ambizione e onesta solo se accompagnata da un realismo sui tempi. Puntare sull’LFR significa giocare una partita di lungo periodo, da vincere nel prossimo decennio e oltre, non una soluzione per il fabbisogno energetico di domani mattina. Per le esigenze immediate di imprese e famiglie restano valide le leve di sempre: efficienza, rinnovabili, accumulo e incentivi. Il nucleare di quarta generazione è un investimento sul futuro industriale del Paese, ed è in questa chiave, non in quella della bolletta del prossimo anno, che va valutato.
Domande frequenti sulle generazioni di reattori nucleari
Quante sono le generazioni di reattori nucleari e in cosa si distinguono?
Si distinguono convenzionalmente quattro generazioni. La prima comprende i prototipi pionieristici degli anni Cinquanta e Sessanta, oggi tutti dismessi. La seconda raccoglie il parco commerciale attualmente dominante nel mondo (PWR, BWR, CANDU, VVER), basato su sistemi di sicurezza attivi. La terza e la III+ sono l’attuale stato dell’arte commerciale (EPR, AP1000), caratterizzate dalla sicurezza passiva. La quarta è la frontiera ancora sperimentale, con reattori a neutroni veloci e refrigeranti come piombo, sodio o sali fusi.
A quale generazione appartengono i reattori in funzione oggi nel mondo?
La stragrande maggioranza dei reattori commerciali oggi operativi appartiene alla seconda generazione, costruita tra gli anni Settanta e Novanta. I reattori di terza generazione, pur essendo l’attuale stato dell’arte e l’unica tecnologia che si costruisce ex novo oggi, sono ancora una minoranza del parco mondiale.
Che cos’è la sicurezza passiva?
È un sistema di sicurezza che si attiva automaticamente sfruttando le leggi fisiche — gravità, convezione naturale, pressione — senza bisogno di intervento umano né di componenti alimentati elettricamente. Introdotta con la terza generazione, è ciò che rende i reattori moderni significativamente più sicuri di quelli di seconda generazione, in cui la sicurezza dipendeva da pompe e generatori che potevano guastarsi, come accaduto a Fukushima.
Su quale generazione di reattori punta l’Italia?
L’Italia punta sulla quarta generazione, e in particolare sul reattore veloce raffreddato a piombo liquido (LFR), tecnologia su cui l’ENEA vanta oltre vent’anni di esperienza ed è riferimento mondiale. Il progetto PRECURSOR di ENEA e Newcleo al Centro del Brasimone è la punta avanzata di questa strategia. Si tratta però di tecnologia ancora dimostrativa, con commercializzazione attesa non prima degli anni Trenta.
I reattori di quarta generazione e gli SMR sono la stessa cosa?
No, ma le due categorie possono coincidere. “Quarta generazione” si riferisce alla fisica del reattore (neutroni veloci, refrigeranti avanzati, ciclo del combustibile chiuso). “SMR” si riferisce alla taglia e al modello produttivo (potenza ridotta, costruzione modulare in fabbrica). Un reattore può essere entrambe le cose: gli LFR di Newcleo, per esempio, sono SMR veloci al piombo, cioè modulari e di quarta generazione insieme.
Conviene aspettare i reattori di quarta generazione per le esigenze energetiche attuali?
No. I reattori di quarta generazione sono attesi su scala commerciale non prima degli anni Trenta inoltrati. Per ridurre i costi energetici nel breve e medio periodo, le soluzioni efficaci restano l’efficienza energetica, le fonti rinnovabili con accumulo e gli incentivi vigenti. Per una valutazione tecnica su misura della strategia energetica più adatta alla propria situazione, è opportuno rivolgersi a un professionista.
Una valutazione tecnica per le tue scelte energetiche
Comprendere la differenza tra le generazioni di reattori serve a leggere con occhio critico gli annunci sul nucleare e a non confondere ciò che è disponibile oggi con ciò che lo sarà tra quindici anni. Ma le decisioni che incidono concretamente sui costi energetici di un’impresa o di un’abitazione si prendono sulle tecnologie mature del presente. Se stai valutando come efficientare un edificio, dimensionare un impianto o pianificare un investimento in autoproduzione e accumulo, una consulenza tecnica permette di distinguere con chiarezza ciò che conviene fare ora. Puoi prenotare una consulenza energetica dedicata per inquadrare la strategia più solida per il tuo caso concreto.
Articolo redatto dall’Ing. Mirco Vitellozzi e aggiornato a giugno 2026. I dati tecnici sui sistemi di quarta generazione fanno riferimento alle classificazioni del Generation IV International Forum; le informazioni sul progetto PRECURSOR derivano dai comunicati ENEA. Il quadro normativo italiano è in evoluzione: si raccomanda di verificare lo stato dell’iter sulle fonti ufficiali.
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